Debito Pubblico Itaiano

Without independence and autonomy there is not freedom and there is no free-market capitalism, but only Economic imbalances and the resulting socialization of economic resources.

The free market needs to be protected against unfair competition, against the trusts, against the oligarchy, against foreign invaders and everything that would take it from

Freedom is not free.

Senza indipendenza e autonomia non c'è Libertà e non c'è capitalismo di libero mercato, ma solo squilibri economici e la conseguente socializzazione delle risorse economiche.

Il libero mercato ha bisogno di essere protetto, contro la concorrenza sleale, contro i trust, contro le oligarchie, contro invasori stranieri e ogni cosa che vorrebbe togliercela

La Libertà non è gratis.

venerdì 17 febbraio 2012

Tea Party USA vs Tea Party all'Italiana




L'articolo di Stelio Bonsegna su http://goodmorningumbria.wordpress.com/2010/11/26/un-tea-party-allitaliana-perche-no/ che abbiamo avuto modo di leggere di recente e che ci introduce alla nascita del Tea Party Italia intorno al 2010, ci induce altresì una serie di riflessioni che meritano più di un fugace commento.
Chi ci segue e i nostri lettori sanno che in Italia dal 2009 minimo, ritengo ben prima della nascita del TPI, esiste un movimento e blog di analisi economica, storica e geopolitica ispirato ai movimenti costituzionalisti del Tea Party USA, realizzato dal sottoscritto:


Nato e condotto essenzialmente da chi scrive, è frutto di passioni e riflessioni verso determinate tematiche trattate da ormai diversi anni in rete.
Lungi dal pretendere rigorosità accademica, è un luogo per stimolare e spingere alla riflessione e approfondimento, o semplicemente per fare il punto sulle tematiche proposte tramite l'analisi economica, storica e geopolitica. Tematiche che specie all'epoca, a volte anche oggi, sono oggetto ad una palese censura mediatica in Italia o nel caso migliore alla scarsa conoscenza popolare, per quanto tematiche che impattano anche in modo “violento” sulla nostra vita quotidiana.

Famoso all'epoca ad esempio la traduzione e diffusione di alcuni video dell'eurodeputato inglese Nigel Farage che abbiamo incluso in passati articoli sulla crisi greca del 2010 ed i cui dibattiti erano del tutto sconosciuti in Italia, non a caso sono stati visualizzati migliaia di volte in poco tempo. Questione che si è risolta con l'accentuazione della crisi in Europa, con una difficile manovra di Tremonti per dare fondi alla Grecia e in seguito una ancora peggio di Monti come correzione di emergenza sui conti Italiani, anche se sostanzialmente frutto delle decisioni e impegni del governo precedente.

Il nome Tea Party nasce dal Boston Tea Party dei rivoluzionari Americani di Boston protagonisti della famosa rivolta del The in cui dei rivoltosi vestiti da indiani, salirono su delle navi mercantili per buttare a mare il Thé inglese. Tale rivolta accomunava due questioni, primo la lotta contro la pressione fiscale della Corona Britannica che in vari modi, incluso la tassazione sull'importazione dei prodotti inglesi di cui necessitavano, scaricava sulle colonie il costo della guerra contro la Francia sebbene in sostanza fosse stata combattuta proprio dai coloni americani in nordamerica... secondo fu una rivolta contro l'invasione del mercato americano da parte di prodotti esteri, in questo caso la corona inglese, che grazie a politiche mercantilistiche ( oggi diremo mercatiste )facevano a dir poco concorrenza sleale ai produttori Americani che persino con il contrabbando esentasse avevano serie difficoltà di competizione.

Fatte quindi le dovute premesse passiamo al TPI.
Il Tea Party Italia nasce di fondo intorno l'associazione confcontribuenti e per scelta stessa dei suoi dirigenti si occupa esclusivamente di chiedere l'abbassamento delle tasse senza entrare troppo nelle questioni politiche ad ampio respiro. La conseguenza è che il movimento si concentra piuttosto sul fare numero mettendo dentro anche anime diverse, un po' come il PDL.
Per quanto la causa dei diritti dei contribuenti e dell'abbassamento della pressione fiscale è senz'altro condivisibile anche dal sottoscritto, tuttavia talvolta potrebbero sorgere dubbi sull'effettiva efficacia di un'impostazione del genere, del resto sono decenni che si chiede di abbassare le tasse in Italia; secondo ritengo debba essere fatto entrando nel merito delle questioni, tenendo presente la situazione molto delicata del paese incastrato fra alto debito, bassa crescita, oggi recessione, e pressione fiscale già alta con un' economia ahimè piuttosto dipendente dalla spesa pubblica. Abbassare le tasse e tagliare la spesa in modo considerevole quindi senza un piano di riforme, di lotte agli sprechi, soprattutto di liberalizzazioni e privatizzazioni, lotta alla corruzione e in generale senza un piano di sviluppo potrebbe impattare in modo piuttosto considerevole sulla popolazione già provata dalla crisi economica. Bisogna poi considerare che non abbiamo il petrolio e gas della Russia o dell'Argentina e il nostro scenario sarebbe probabilmente più simile alla Grecia, per quanto l'Italia al centro del Mediterraneo è una terra ad alto potenziale di ricchezza come testimoniato dalla storia.

Che il Tea Party non sia un movimento politico non è sicuramente esatto per la controparte americana, che nasce nella politica costituzionalista all'interno del Partito Repubblicano del quale fanno parte oggi importanti riferimenti politici del Tea Party USA.
Ma anche in questo Tea Party all'Italiana tutto sommato non manca la vita politica almeno quella all'italiana, fra ex candidati, e persone di varia estrazione che a vari livelli si muovono nel TPI e nelle amministrazioni del territorio. Di recente l'appoggio anche pubblico a qualche candidato di area centro-dx PDL, con lo scopo ufficiale di stimolare un rinnovamento nella classe politica sostenendo candidati migliori.
Se non è quindi un partito in sé, né è forse la porta.
La cosa in se per sé non è necessariamente negativa, ma si potrebbe tranquillamente assumere un atteggiamento più trasparente e sciolto come gli Americani e in tal senso è quindi condivisibile il monito che Stelio Bonsegna fa in quest'articolo ossia che « I Tea Party all’italiana, non dovranno essere la “cospirazione” ordita da certi potentati economici detronizzati e in cerca di rivincita, non dovranno essere il mezzo attraverso il quale, un partito politico in crisi profonda, cerca di rifarsi una verginità ».

Del resto il Tea Party Usa e con esso anche noi come i nostri lettori sanno, al contrario di questa forma di Tea Party all'Italiana, fa politica a 360°, è fortemente critico verso la globalizzazione a cominciare dal suo fondatore ufficiale, infatti sono costituzionalisti. Costituzione quella degli USA, che nasce dal desiderio di Indipendenza e Libertà che è l'antitesi dell'interdipendenza esasperata promossa dalla Troika globalista che fra l'altro ha portato la crisi mondiale a causa di forti sbilanciamenti economici che stanno fortemente danneggiando l'America, figuriamoci noi, e sono per il capitalismo di libero mercato, con una piccola percentuale di anarco-capitalisti in ogni caso spesso anche loro critici della globalizzazione come l'oramai famoso Stan Jones del movimento Libertario USA che denunciò il pericolo di un Nuovo Ordine Sovietico Mondiale in diretta TV durante la corsa al senato di alcuni anni fa. Tecnicamente il libertario Stan Jones le elezioni le perse, vinse un partito più grande, ma per altri versi le ha vinte poiché il suo monito continua ancora oggi a far riflettere l'America e il mondo libero su queste questioni al centro della politica del Tea Party USA e quindi oggi anche nel dibattito interno al partito Repubblicano.

Moltissimi aderenti del Tea Party USA sono poi di fede o perlomeno cultura cristiana e fortemente critici verso la colonizzazione in occidente da parte di un islamismo sempre più radicale e intollerante che promuove e spesso applica la Sharia nei suoi quartieri, entrando decisamente quindi nel merito del fare politica e farla sul serio non all'Italiana, a tutela dei valori fondanti dell'America

links:

giovedì 16 febbraio 2012

Export Italia 2011: la Troika bara come l'URSS



Leggevo oggi commenti che decantavano gli ottimi risultati sull'export Italiano in netta ripresa.....
Peccato che l'Istat per il conteggio dell'export italiano nel 2011 ha sostituito i vecchi valori medi unitari all'export con i prezzi all'esportazione.
Il che significa che non contano più secondo una distribuzione statistica che tenga presente il volume complessivo medio di export di tutte le aziende italiane, ma il valore assoluto di riferimento in Euro dell'export.
Detta in poche parole, potrebbe essere anche una sola azienda di 1000 operai a guadagnare tutto questo con l'export, per il nuovo metodo statistico sarebbe una cosa ottima, per quello vecchio ovviamente no.........

L'articolo di Dicembre del Sole24ore decanta infatti l'ottimo risultato per i dati sull'export italiano, dopo aver finalmente cambiano questi arcaici valori.... si antediluviani e chissà perché li hanno cambiati in piena crisi economica con la nazione sull'orlo del default !?
Sarà che Monti viene suo malgrado dalla Troika UE che un po' come l'URSS ci ha abituato a questi giochetti statistici mentre la nazione sprofondava verso il baratro ?
Eppure solo il mese precedente, lo stesso Sole24ore forniva una dettagliata analisi statistica sul crollo dell'export in Italia che vede il settore dei beni strumentali ( manifatturiero ) in recessione di ben -21,8%. In altre parole anche le nuove serie “truccate” dell'Istat confermano che l'industria generica è al collasso. E non vediamo del resto come potrebbe essere diverso con le massive delocalizzazioni e outsourcing aggravate enormemente dalla concorrenza sleale, per non parlare del crollo della domanda a fronte dei sostegni più o meno di stato che hanno portato sovrapproduzione e innalzamento del debito privato delle imprese balzato dal 60% al 100%.

Quei pochi miglioramenti che ci sono derivano essenzialmente dalla svalutazione dell'Euro che è quello di cui abbiamo un disperato bisogno come la Grecia del resto... La sola industria del lusso che ha visto aumentare la domanda e l'export, e del turismo  che però è da riformare in quanto poco competitivi e troppo costosi, si veda invece la Francia, riuscirà ad assorbire l'intera manodopera ? E nel frattempo gli operai del settore metalmeccanico e manifatturiero, settori a forte orientamento dell'Italia, che fine faranno ? E che fine faranno le loro imprese ? E le miriadi di PMI che ne costituiscono l'indotto ?

E infatti di oggi la notizia che l'Italia entra ufficialmente in recessione tecnica... anzi a dire il vero a guardare i dati reali e non valori artefatti, il nord Italia più ricco entra in recessione tecnica, perché il resto del paese è alla fame.
Ci chiediamo meno male che lo sapevano, che era previsto... “stupisce poi lo stupore” di Passera ( ministro dello sviluppo ) che si chiede come sia possibile... forse per queste ragioni:


E infatti vediamo cosa porti l'aumento di pressione fiscale e la mancanza di una politica decisa in termini di liberalizzazioni, nonché la mancanza di sviluppo di un programma concreto e sostenibile per il successivo calo delle tasse.
E che calo delle tasse... !! Il governo annuncia che dalla lotta all'evasione sarà detratto l'Irpef. Una parte di questi fondi, 10 miliardi di euro ( senza contare gli aumenti della pressione fiscale ), saranno sottratti agli sconti fiscali per poi restituirli sotto forma di sconto IRPEF. In altre parole le tasse escono dalla porta e rientrano dalla finestra, un bel gioco di prestigio non c'è che dire.

Ci chiediamo come questo possa davvero dare fiducia agli investitori. Le carte sono scoperte signori, la BCE sta emettendo moneta, la dà alle banche ed esse poi acquistano debito visto che la BCE non può darla direttamente agli stati per statuto. Per evitare l'inflazione serve l'oro italiano che però ci serve per darlo in garanzia sul debito o per emettere una moneta italiana stabile... Essenzialmente è probabilmente questo il motivo per cui Draghi è alla BCE ossia per usare l'oro italiano su cui la Germania da tempo ha messo gli occhi e con esso comprare il debito italiano dalla Germania tramite il fondo del MES e/o dell'ESFS, un pericolo di cui avevamo già parlato in passato. Senza contare la penetrazione cinese nell'economia Europea a cominciare dalle esportazioni, impianto di aziende cinesi, e acquisto del debito dell'Eurozona che ovviamente non sarà a gratis...

Questo fa ridurre lo Spread per mero effetto tecnico, che però è lì nuovamente a risalire da un momento all'altro, con gli investitori pronti a scappare a gambe levate dall'Eurozona a meno che appunto USA o Cina intervengano nel debito Europeo. Ecco perché la volatilità in Europa è estrema e molto altalenante, del resto e come il sottoscritto denunciava già 3 anni fa fra altisonanti dichiarazione in merito la solidità dell'euro, invero l'Eurozona è fragile e piena di debiti.
Né la vendita del patrimonio immobiliare Italiano, per quanto ci riguarda, risolve niente di per sé. Prima di tutto perché dovrebbero esserci dei compratori, potenzialmente ci sarebbero poichè c'è grande interesse nel mondo verso l'Italia, ma il mercato immobiliare, e non solo, Italiano è nettamente in contrazione, poiché la gente non compra più case e le aziende chiudono e con la fuga dei capitali e degli investimenti il crack immobiliare è alle porte anche in Italia, tanto più se una massa così grande di immobili viene immessa su un mercato in contrazione; in seconda analisi non serve fare cassa senza risolvere gli squilibri strutturali o i problemi torneranno con la differenza che per allora non avremo più niente da vendere.

Del resto la gallina dalle uova d'oro dell'emissione di moneta sta ingrassando le banche piene di debiti e investimenti sbagliati e uccidendo la cittadinanza in piena recessione. Perché ?
Perché quella che dovrebbe essere un'azione transitoria per dare respiro e agire in concreto sugli squilibri strutturali, sta diventando come l'assuefazione ad una droga. Attenti che stiamo andando in overdose....! Ci sono già i primi segnali: vedi Grecia e Portogallo.


Links:





mercoledì 15 febbraio 2012

Il globalista Mario Monti e la lezione di democrazia.......



Diciamocelo, pur essendo finalmente orgogliosi di una degna rappresentanza istituzionale, suona davvero male parlare di democrazia da chi non è mai stato indicato dal popolo come rappresentante pubblico, pur avendone più volte rivestito delle cariche a cominciare da istituzioni europee calate dall'alto.

La risposta di Monti è elegante e divertente, ma si scontra con vecchie e note critiche dei parlamentari inglesi che a parere di chi scrive hanno pienamente ragione. L'integrazione non la puoi certo forzare, non basta dargli una moneta, una bandiera e un mercato unico, Yougoslavia docet. Certo ha ragione Monti quando dice che essa deve passare dalla democrazia e che sarebbe negativo se l'integrazione europea venisse percepita dalla cittadinanza come antidemocratica, ma del resto son proprio le istituzioni europee ad essere prive di rappresentanza popolare. Questa globalizzazione e l'Unione Europea ci sono state calate dall'alto in modo arrogante da questa Troika globalista, così come le sue politiche e la sua costosissima e inutile burocrazia, giocando sulla testa di milioni di persone per seguire con fanatismo iperidealistiche visioni del mondo.
Si pensi ai referendum popolari sulla Costituzione Europea sonoramente bocciati, sospesi dopo le prime bocciature a causa di sondaggi palesemente negativi e in seguito rifilata sotto forma di Trattato di Lisbona e la povera Irlanda che nel parlamento Europeo non conta niente, costretta a votare per la seconda volta dopo il no al Trattato, perché la prima risposta non era quella giusta.
Ecco come tutti questi discorsi sulla democrazia Europea cozzino in modo palese con la realtà delle istituzioni Europee.

Per altro lo stesso parlamento europeo di cui parla Monti, non ha grandi poteri. Da mero ruolo consultivo se ne è distaccato veramente di poco. Sono stati aumentati un po' i poteri del parlamento, ma servono i 2/3 del parlamento solo per presentare un disegno di legge, così come non esistono particolari meccanismi di sfiducia verso gli organi della commissione. La commissione e i commissari europei sono inoltre smaccatamente autoreferenziati all'interno di una lobby precostituita priva di rappresentanza civile. Alla faccia della democrazia.
Se non bastasse le piccole nazioni come Irlanda, Portogallo e Grecia sono scarsamente rappresentate date le loro dimensioni e i risultati si vedono... cosa peraltro diametralmente opposta agli USA, ma anche alla Svizzera potremo dire, dove ogni stato, o ogni cantone, ha lo stesso peso.

E' giusto così. Il meccanismo elettorale degli USA con i grandi elettori in altre parole, tutela le minoranze. Fu fatto di proposito a questo scopo, evitando la dittatura della maggioranza e rappresentando egualmente il più possibile l'intero elettorato e ogni singolo stato.
L' Europa più che gli USA o l'USE ( United States of Europe ) ricorda molto più l'URSS ovvero l'EURSS e anche in questo caso i pessimi risultati parlano da soli...........
Spesso gli Americani si vantano del fatto che non sono una democrazia ( nel senso di democrazia parlamentare ) ma una Repubblica, e hanno ragione a farlo. La democrazia parlamentare è la via verso il Socialismo diceva Stalin e non solo lui.....

Più che darla, Monti l'ha ricevuta una lezione di democrazia da quel bastione di democrazia in Europa che si chiama Inghilterra e che ha sconfitto con l'America sia il nazismo che il comunismo, comunismo è da dire, che è rientrato dalla finestra della UE.

I pessimi architetti di questa globalizzazione e di questa Europa, di democratico hanno davvero poco da insegnare.

lunedì 13 febbraio 2012

Collasso Grecia: la globalizzazione presenta il conto e la Germania il suo


La crisi Greca è stata più volte trattata su queste pagine nel corso degli anni, nonché una delle questioni ispiratrici per la redazione di questo blog. Per capire meglio il contesto nel quale si muove questa vicenda e la sua origine, rimandiamo a due articoli scritti nel 2010. Gli scontri attuali altro non sono che il previsto epilogo di questa vicenda di fronte l'insensatezza e incapacità totale delle istituzioni Europee miste ad un comportamento che oseremo definire “criminale” del governo tedesco della Merkel nei confronti del “protettorato tedesco della Grecia”, ma che ha visto anche una certa complicità del governo Sarkozy: men che meno dopo averla sfruttata all'osso, non si può chiedere infine alla Grecia di suicidarsi.

Chiariamo sin da subito ad ogni modo che il problema non è il popolo tedesco, ma la colonizzazione e rapina del governo Schroeder unita alla scellerata condotta del governo Merkel che incassa più volte anche le sonore critiche di Helmut Khol arrivando ad accusarla secondo alcune voci di aver distrutto la sua Europa. Mai parole furono più veritiere.

Questo è quanto scrivevamo sulla Grecia nel Febbraio 2010 denunciando come nella crisi della Grecia fosse da denotare il sintomo di un malessere europeo e non solo Greco:



In quel periodo andando contro tutte le dichiarazioni e molte previsioni ufficiali, chi scrive denunciò prevedendo in modo analitico, come nel 2010 non ci sarebbe stata nessuna crescita ma anzi che alla fine le cose sarebbero peggiorate e così è stato. Ci scusiamo per aver avuto ragione.

Qualche mese più tardi in Maggio 2010 abbiamo tradotto e diffuso un video di Nigel Farage del 2009 in cui denunciava il collasso dell'economia Greca e dell'Euro. Abbiamo poi inserito tale video in un ulteriore articolo di analisi sull'evoluzione della situazione Greca e la degenerazione dell'Eurozona denuciando una crisi strutturale dell'economia. In altre parole come scrisse anche Tremonti la globalizzazione stava portando il suo conto e in questo contesto pesa l'incompentenza della UE e la pessima politica tedesca e della BCE.

Il video che qui riportiamo portava questioni all'epoca completamente sconosciute agli Italiani, questioni su cui vigeva in pratica una censura mediatica. Difatti ebbe una diffusione altissima nei primi tempi con migliaia di visite in pochissimo tempo e ancora oggi è uno dei più visti sul tema.



Riteniamo quindi sia estremamente fuorviante parlare dei conti cosìdetti truccati della Grecia. Primo perché non riteniamo fossero truccati chissà come, erano posizioni coperte da Goldman Sachs ossia dagli USA che sostenevano la spesa Greca, come da decenni del resto fanno in Europa un po' come Morgan Stanley ha fatto con noi sino a pochi giorni fa.
Secondo perché indipendentemente da questo i dati macroeconomici e le difficoltà della Grecia come una bilancia commerciale così avversa e relativa emorragia economica a fronte di aumento della spesa sociale fra disoccupazione e sostegno al pesante rateo d'immigrazione, erano stranoti. Sinceramente poi fra indenizzi di disoccupazione e assunzione in posti statali la differenza è davvero residua, a meno ovviamente della corruzione.

Nei fatti quindi il conto della globalizzazione è stato riversato dalla Germania Schroeder-Merkel, ma in parte anche dalla Francia di Sarkozy, sul resto del continente dopo aver rinunciato ad una maggiore concorrenza con la Germania. Noi in Italia come in Grecia scontiamo anche delle nostre colpe, in primis l'inefficienza politica e certamente anche la corruzione specie in Italia, ma la Grecia non andava così male prima dell'avvento dell'Euro e certamente l'Irlanda non era come la Grecia o l'Italia; la potente economia Irlandese alla fine è stata anch'essa colonizzata dall'Euro e dalla Germania.... povera Irlanda che alla fine è stata anche costretta a votare per la seconda volta dopo il no al Trattato di Lisbona...

Abbiamo parlato più in profondità del caso Irlandese in un ulteriore articolo, spiegando per quale meccanismo l'adozione dell'Euro ha dato il colpo di grazia all'economia Irlandese:


benvenuti in EURSS, non è certo questa la confederazione Europea che il mondo libero si aspettava. La globalizzazione social-corporativista ha portato il suo conto: Un' economia interconnessa in modo esasperato e secondo un'economia del debito, senza contare gli squilibri strutturali. Non è colpa quindi della Grecia, ma degli architetti di questa specie di globalizzazione così come di quest'Europa fallita di cui il sottoscritto da anni denuncia le debolezze strutturali.

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Mancanza di visione, coraggio e fermezza nella politica Tedesca che incrina l'Europa e l'alleanza Atlantica:

giovedì 19 gennaio 2012

Liberalizzazioni: decreto storico. Monti parte alla grande

Edit 22-1-2012: Aggiunto video della conferenza stampa sul decreto.

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Si Monti parte davvero alla grande e incassa la piena fiducia dei principali governi occidentali come Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti con una pertinente analisi da parte del Financial Times sulla qualità del governo Monti e la prospettiva futura di crescita che ha come esito la sua storica azione di governo. Resta quindi da porre estrema attenzione e cautela verso le note stonate che protestano per affossare un grande piano di riforme e liberalizzazioni che faranno da traino e volano all'economia Italiana già al centro di potenziali interessi da parte di investitori esteri.
Il recente declassamento di S/P colpisce l'intera eurozona. L'Italia era già ad A, quindi niente di nuovo sotto il sole. La UE soffre sovraregolamentazione, iperaccentramento, costosa e inutile burocrazia e di conseguenza governance caudicante. Anche il governo Monti ne sottolinea le debolezze, invitando al contempo un rinnovo delle partnership Europee e aggiungiamo Occidentali e non la loro distruzione.
Per altro chi scrive aveva già declassato l'Italia alla parte alta di B diversi mesi orsono per le ragioni che spiegavamo qui:


Di fronte l'ennesima resistenza a tagli e liberalizzazioni inevitabile quindi il downgrade e la previsione in recessione che testimonia invero come la politica e la direzione di Monti sia giustissima.
Del Resto l'Italia ricca e bellissima terra al centro del Mediterraneo non ha mai avuto crisi prolungate. Ciò che frena la crescita sono monopoli e oligarchie a dir poco obsolete e anacronistiche oramai in bancarotta e di cui finalmente se ne può fare a meno, portando l'Italia ad essere nuovamente una grande nazione libera e moderna.


Chi scrive ritiene che in questo quadro un default per il nostro paese sia da evitare e che solo lo slancio dell'economia libera del paese potrà concretizzare in modo sostenibile un taglio alla spesa e quindi diminuzione della pressione fiscale nei prossimi anni.
Alla luce della relazione sulla bozza di decreto sulle liberalizzazioni che ci apprestiamo a pubblicare e di cui in coda riportiamo il link al testo, invitiamo seriamente dopo loro attenta lettura, a considerare con spirito critico da chi realmente provengano le proteste di questi giorni per mantenere lo status quo.
Nonostante i nostri stessi dubbi iniziali, siamo quindi uniti alla Giovane Italia su cui grava il magro futuro di un' Italia decadente a causa di obsolete e fallimentari realtà del paese che vorrebbero mantenere tale status quo e verso cui con forza sosteniamo la forza riformatrice di uno dei migliori governi da 20 anni a questa parte come minimo, poiché composto da persone realmente competenti. E' difficile che grandi riforme avvengano sotto silenzio, ma è anche più difficile che grandi riforme di libertà non portino ottimi frutti.


Il Presidente Madison diceva che l'informazione deve appartenere al popolo e non al governo o alla politica. E per questo allora è bene che il popolo si informi da se stesso su quanto realmente contiene questa azione di governo:


Relazione alla bozza di decreto


L'accelerazione dei fenomeni economici impone ai governi occidentali decisioni rapide e immediate. Non solo per adeguare i tempi di reazione alla velocità imposta dai mercati; ma soprattutto per difendere le tutele sociali ed il potere d'acquisto dei cittadini Le previsioni economiche a medio termine sono ancora condizionate da elementi di incertezza e criticità. Il rallentamento della crescita assume dimensioni generalmente più accentuate nei Paesi occidentali, rispetto alle economie emergenti di Cina e India, Brasile e Russia. Le prospettive sono tuttavia ancor più preoccupanti per il nostro sistema economico, caratterizzato da tassi di crescita ben inferiori a quelli dei principali partner commerciali.
A ciò si aggiungono mali antichi che portano istituzioni internazionali (OCSE, World Bank e FMI) a valutare l'Italia come un Paese in cui l'iniziativa economica privata è fortemente scoraggiata a causa dell'atteggiamento dell'amministrazione, non ultima quella fiscale; i processi decisionali pubblici per l'avvio di nuove imprese e le autorizzazioni delle grandi opere sono farraginosi; la giustizia civile, imbrigliata dalla lentezza dei processi, ostacola il corretto funzionamento dei mercati. Infine, in vaste aree del Paese problemi di ordine pubblico costituiscono di per sé un ostacolo a volte insuperabile allo sviluppo d'iniziative imprenditoriali lecite.


Il governo italiano si è finora impegnato a garantire la sostenibilità della finanza pubblica. L'evoluzione della crisi ha infatti colpito i debiti sovrani, e per prima cosa era necessario e opportuno mettere in sicurezza le fondamenta dello Stato; assicurare i servizi essenziali; difendere i risparmiatori. In questo scenario, il risanamento della finanza pubblica è divenuto un'emergenza non più rinviabile. Negli ultimi tre anni gli sforzi sempre più incisivi di Governo e Parlamento si sono concentrati su questo obiettivo. L'acuirsi della tensione sui titoli del debito ha imposto l'accelerazione dei programmi di consolidamento della riduzione strutturale della spesa pubblica, realizzata da ultimo con il dl 6 dicembre 2011, n. 201.
Finora il governo ha agito sul "numeratore" della crisi: i conti pubblici. Oggi è il momento di intervenire sul "denominatore": la crescita.
La crescita non si costruisce in laboratorio. La garantiscono, la assicurano, la realizzano i cittadini e le imprese.
I vincoli di finanza pubblica, ulteriormente irrigiditi anche in virtù delle più recenti decisioni assunte in sede comunitaria per garantire la stabilità dell'euro, rendono non praticabili politiche fiscali espansive a sostegno della domanda interna. La situazione impone pertanto strategie alternative basate su interventi incisivi. Con l'obbiettivo di favorire incentivi per l'iniziativa economica privata, creare condizioni più favorevoli per l'investimento interno ed estero, promuovere l'innovazione e più elevati livelli di efficienza in genere, come del resto più volte segnalato negli anni scorsi dalla Banca d'Italia e dall'Antitrust.


È in questa strettoia che si muove il governo. Il Bilancio pubblico non può più favorire la crescita. La Moneta unica ha reso impossibili le svalutazioni competitive che hanno anestetizzato la mancanza di riforme strutturali. Non resta, quindi, che liberare le risorse e la capacità di intraprendere propria delle imprese italiane, intervenendo proprio sugli ostacoli che hanno finora rallentato le potenzialità di crescita.
È necessaria, quindi, una politica economica adattata ai tempi. Che abbandoni progressivamente la logica del sussidio alle imprese, come anche l'idea di poter utilizzare l'amministrazione pubblica come ammortizzatore sociale; o, peggio ancora, che venga interpretata esclusivamente come un bancomat a disposizione del sistema, a prescindere dalla qualità della spesa.
Appare sempre più urgente promuovere le condizioni per una ripresa basata essenzialmente sullo sviluppo di autonome attività d'impresa: la liberalizzazione dell'economia rappresenta dunque una via ineludibile per il Paese, se vuole uscire dalla crisi rinsaldando le fondamenta della propria economia.
Questa possibilità, tuttavia, si scontra con alcuni ostacoli che caratterizzano storicamente il nostro sistema sociale ed economico e che si sostanziano in una regolazione protezionistica o comunque di ostacolo allo sviluppo di autonome iniziative imprenditoriali.


Essenziale diviene una complessiva e generalizzata opera di revisione del quadro normativo e regolamentare che, ai diversi livelli di governo e di competenza e senza distinzioni tra categorie, interessi e settori economici, elimini le molte e ingiustificate situazioni di barriere all'accesso e le rendite di posizione ancora esistenti. Con l'obbiettivo di ampliare le opportunità di lavoro e le prospettive di mobilità e di promozione sociale. Affinché un simile processo di riforma possa conseguire concreti effetti è necessario che sia sostenuto dal più diffuso consenso sociale che si alimenta solo se le misure proposte hanno carattere generale e non discriminatorio: l'azione di apertura dei mercati deve procedere in tutte le direzioni.
In Italia, i settori che producono servizi al riparo dalla concorrenza internazionale sono, sostanzialmente, tutti i settori diversi dal manifatturiero (commercio, trasporti, credito e assicurazioni, costruzioni, elettricità, gas, acqua, hotel e ristoranti, professioni) e rappresentano più del 50 per cento del valore aggiunto complessivo. In questi settori il grado di concorrenza, sulla base di confronti tra paesi OCSE, è relativamente basso. Vi sono, infatti, barriere all'entrata, regolamentazioni sui prezzi e/o limitazioni alle forme d'impresa che garantiscono alle imprese già presenti sul mercato un potere che permette loro di applicare margini di profitto molto elevati rispetto ai costi. Secondo i dati OCSE, per l'Italia il margine di profitto medio nei settori dei servizi sarebbe pari al 61 per cento, contro il 35 per cento nel resto dell'area dell'euro e il 17 per cento nei settori che producono beni e servizi sottoposti alla concorrenza internazionale.


Obbiettivo del presente decreto è quello di modificare questi rapporti, attraverso un intervento a largo spettro sui settori interessati. A partire proprio da quelli che coprono la metà del valore aggiunto nazionale. In particolare, si pongono le premesse normative per attivare una radicale riforma della regolazione delle attività economiche che elimini la necessità di preventivi atti di assenso all'avvio delle attività economiche e ridefinisca – semplificandolo - il quadro dei requisiti necessari per il loro svolgimento. Interventi che si inseriscono nel solco delle proposte di modifica Costituzionale dell'art. 41, già presentate in questa legislatura.
L'intervento dell'amministrazione è quindi concepito in forma di controllo ex-post, per valorizzare al massimo le iniziative imprenditoriali. Ed in questo quadro si inseriscono le norme che cancellano le richieste di certificati da parte della pubblica amministrazione.
Questa riforma punta ad eliminare ostacoli ingiustificati nelle norme e nelle prassi amministrative. E vedrà impegnati tutti i livelli di governo del Paese. Dal governo centrale alle Regioni, agli enti locali. Con un ruolo attivo del governo nei confronti delle Regioni inadempienti, come previsto dell'art.120 della Costituzione.
Il quadro economico internazionale, il livello del debito pubblico, la crescita al rallentatore non consentono più al Paese sacche di privilegi e rendite di posizione.


Il mercato deve riprendersi gli spazi per troppo tempo limitati a causa della sedimentazione di questi benefici, non più motivati. Per questo, il decreto contiene misure tese ad allargare il perimetro dei mercati e a stimolare il gioco della concorrenza. Con interventi sui i servizi professionali, i servizi notarili; la distribuzione farmaceutica e i farmaci generici; la distribuzione dei carburanti e della stampa; i mercati elettrici e del gas; i servizi bancari e assicurativi; i servizi e le infrastrutture di trasporto nei settori autostradale, ferroviario, aeroportuale, portuale e nella mobilità urbana; i servizi pubblici locali, a esclusione del servizio idrico; attività turistiche su beni demaniali.
La crisi economica colpisce in modo particolare le categorie meno protette. I giovani, innanzitutto. Per questo, vengono introdotte misure per favorire l'accesso dei giovani alle attività economiche, salvaguardando la qualità della formazione, rimuovendo gli ostacoli per la costituzione di società a responsabilità limitata. Sono, inoltre, stabilite nuove forme di garanzie ulteriori per i consumatori: si rende più snella la procedura della azione collettiva di classe e si attiva una forma di controllo amministrativo sulle clausole vessatorie nei contratti di massa.
Si tratta di un primo intervento ad ampio raggio che è il frutto della convinzione di dover agire in tutte le direzione, ovunque sia possibile inserire stimoli competitivi. Dunque, è l'inizio di un lavoro, di una politica economica orientata alla crescita.
Il presente decreto si pone, dunque, nel solco degli interventi, in parte già delineati nella legislatura in corso e ampiamente condivisi in ambito Parlamentare, per allineare il nostro Paese alle best practices europee.


Links:

Testo della Bozza completa:

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sabato 31 dicembre 2011

Ronald Reagan - We Must Fight


Ronald Reagan risponde agli isolazionisti e non interventisti come Ron Paul e ai pacifisti

C'è chi crede che dovremo indietreggiare a fronte dello scioglimento dell'Euro o del ritorno al protezionismo seppure in forma moderata, che dovremo indietreggiare e ritirarci di fronte l'espansione cinese che acquisisce sempre più risorse del pianeta, dovremo ritirarci di fronte l'espansione araba e islamica fondamentalista, che dovremo ritirarci di fronte l'ascesa delle economie emergenti, Ron Paul purtroppo arriva a dire che dovremo ritirare i nostri assetti dal resto del mondo, l'America dovrebbe farlo secondo lui. Ron potrebbe essere anche un buon consigliere economico repubblicano, persino un buon ministro dell'economia, ma un pessimo presidente.
Noi crediamo come Bush che “nel mondo del 21° secolo non puoi disinteressarti di quello che accade nel mondo, poiché ciò che accade nel mondo tocca anche la nostra sicurezza nazionale”.
A Ron Paul, ai comunisti e liberalisti e a coloro che credono che nel nome della pace dovremo ritirarci e arrenderci di fronte l'aggressiva espansione di nazioni come la Cina e la Korea del Nord comuniste o il regime dell'Iran e relativi regimi fondamentalisti o i capricci di Mosca e così via, ci piace rispondergli come rispose Ronald Reagan:


2011-2012: manovra Monti e guerra finanziaria globale.



In questi giorni leggo di molte critiche sul governo Monti, sulla recessione e così via. Chi ci segue sa che la recessione è prevista da tempo come anche su queste pagine è stato fatto e rimandiamo sempre all'articolo Italcrack, citazioni incluse, per capire il perchè di fondo della cosa.


Sul governo Monti se ne potrebbe discutere a lungo, senza bisogno di essere tacciati per socialisti e capire che c'è davvero poco che un governo possa fare nel cercare di evitare o quantomeno contenere il più possibile la recessione dell'Italia in questo momento. Come spiegato nella nostra approfondita analisi dell'articolo Italcrack, come ti muovi fai danno.


C'è quindi molta bassa propaganda nell'accollare la cosa alla manovra Monti e a volte devo dire vero e proprio terrorismo mediatico, come quello riguardante l'ultima asta dei bot di qualche giorno fa. E' vero che tempo fa erano scambiati anche al 10%, ma parliamo degli ultimi giorni di Berlusconi dove neppure gli acquisti della BCE erano serviti a far calare spread e interessi. In questi giorni invece sono stati venduti intorno al 3-4%, in calo da circa il 6-7%. Bisogna capire che c'è molta volatilità sui mercati, ma nel concreto l'asta è andata a buon fine e alla fine è questo quello che conta realmente !


Inoltre è logico che ci sia maggiore tensione sui titoli a breve termine, in quanto pur andando in default l'Italia non è certo una nazione del terzo mondo e ha molto da offrire a partire dalla sua posizione geografica anelata nei secoli praticamente da tutti. Mentre scriviamo fondi di investimento arabi e indiani, ma anche americani, stanno facendo affari d'oro. Anche per l'Italia si parla di aziende quotate al 20-30% del loro valore reale. L'Italia è una terra ricca di molte risorse ed ambita dagli investitori. Le liberalizzazione insieme al contenimento del debito e in seguito della spesa, apriranno un fiume di investimenti nel nostro paese.


Non c'è quindi che attendere le liberalizzazioni che porteranno tagli alla spesa in modo graduale e sostenibile, condividendo nel merito le idee del governo Monti. E' vero, il default non durerebbe a lungo in Italia per le ragioni che abbiamo espresso in merito le risorse intrinseche dell'Italia, ma a causa dell'attuale economia socialista italiana farebbe molto danno un taglio improvviso della spesa pubblica. Meglio andare per gradi ed evitare uno schock sistemico come sta cercando di fare Monti se i parlamentari glielo permettono.


Ci piace inoltre ricordare come la Cina con il mare di liquidità che si ritrova può sparare delle vere e proprie bordate monetarie contro altre nazioni e affossare i listini europei con uno schiocco di dita. E ha tutto l'interesse nel farlo. Una nota tecnica di guerra finanziaria consiste nel comprare quantità rilevanti di un titolo, possibilmente tramite società off-shore situate in varie parti del mondo per poi vendere la quota in modo massivo diffondendo voci negative che portino anche altri venditori a vendere tutto. In seguito chi ha fatto partire il tutto passa a riacquistare tutto a prezzi stracciati, acquisendo anche le quote degli altri investitori e penetrando ossia scalando così l'economia di quella società o stato.


L'apertura incondizionata dei mercati anche a nazioni geopoliticamente ostili come la Cina ad esempio, ci rende particolarmente soggetti a questi tipi di attacchi finanziari, in un periodo di contrazione economica dovuta agli sbilanciamenti strutturali e commerciali, che nel concreto hanno portato una riduzione sufficiente della liquidità della nostra economia tale da renderci vulnerabili a questi tipo di attacchi finanziari. 


L'ulteriore apertura incondizionata dei mercati del Forex per la speculazione monetaria sui cambi, ha sottoposto le fluttuazioni monetarie a particolari ondate di attacchi speculativi protezionistici volti a far levitare una moneta estera per danneggiare il loro export e favorire il proprio.
Riteniamo questa pratica assai pericolosa e dai risultati a volte poco gestibili come vediamo e ribadiamo che una sana politica protezionistica alla "vecchia" maniera con dazi e quote ad apertura progressiva e graduale a seconda della parità di livello economico fra nazioni diverse, sarebbe di gran lunga più salutare ed efficiente anche e soprattutto nell'attuale contesto globale. Non a caso per sopprimere questo problema si pensa ad una moneta globale. Curioso che l'idea venga anche da chi ha creato il problema... Ad ogni modo chi scrive è tendenzialmente favorevole, dapprima ad un cambio Euro-dollaro 1 a 1 e in seguito eventualmente la creazione di una moneta Euro-Americana concretizzando il consolidamento del blocco "Occidentale". Se ci riflettiamo in fondo anche nel passato quando ci si scambiavano monete d'oro o d'argento, si scambiava de facto una forma monetaria globalmente accettata con maggiore stabilità dei flussi economici. Consolidamento sempre più necessario nel contesto di guerra fredda crescente con la Cina che sempre più spesso minaccia di guerra gli Stati Uniti, ora per le tensioni petrolifere nel mar giallo, ora per i giacimenti di petrolio del Giappone, ora per il Pakistan, Iran e così via. La Cina sta acquisendo tutte le risorse globali, ne parlavamo tempo fa poco prima dello scoppio della guerra Libica e a ridosso di quel conflitto.


C'è da dire che gli euroburocrati per non parlare dei capi di governo come frau Merkel, sono stati piuttosto goffi nell'affrontare la crisi, adottando persino misure che hanno allarmato e allontanato maggiormente gli investitori dall'Eurozona, esponendola e indebolendola ancora di più di fronte le bordate monetarie che ci sparano in questo momento. In effetti sotto questo punto di vista l'emissione di moneta da parte della banca centrale potrebbe effettivamente tagliare le ondate generate da tali attacchi.


La questione ultima è però il livello di ricchezza economica, lo sbilanciamento commerciale e l'emorragia di risorse che ci rende così vulnerabili peraltro, per non parlare dell'impoverimento progressivo del tessuto economico. Se da un lato quindi l'emissione di moneta e di liquidità può essere un tampone momentaneo durante una crisi di liquidità sistemica, l'emorragia va sanata intervenendo sulla bilancia commerciale e sul rilancio della produttività. In quest'ottica infatti anche Paul Krugman è dell'idea di un ritorno ad una politica protezionistica moderata per sostenere la crescita economica, evitando e riallineando l'economica di fronte i forti squilibri. Tanto Krugman tanto economisti per niente Keynesiani e politici di spicco dell'ala Repubblicana costituzionalista come Dennis Kucinick, il colonnello Alan West, il virtuoso autore Pat Buchanan e sotto alcuni aspetti persino Ron Paul, sono per un ritorno al protezionismo moderato, tanto più che quello che c'è non è libero mercato, ma corporativismo e concorrenza sleale.